“Lo Stato deve convincersi che la tutela della biodiversità è il miglior investimento che possa fare”. Così ha rimarcato Enzo Valbonesi, responsabile del Servizio Parchi e Risorse forestali della Regione Emilia Romagna, ad apertura del seminario tenutosi sabato 19 giugno presso il Parco del Taro. Un seminario con cui il Parco ha voluto illustrare i risultati del Progetto “La salvaguardia della biodiversità nei corridoi fluviali della pianura emiliana”, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Emilia Romagna.
La tutela della biodiversità garantisce il mantenimento di servizi fondamentali per la vita dell’uomo, certo. Ma non solo: rappresenta anche un dovere morale nei confronti di altre specie.
I dati però parlano chiaro, come ha avvertito Valbonesi: oggi la “varietà di vita” è in erosione, molte specie animali e vegetali sono a rischio estinzione, e risultano minacciate la salubrità dell’aria, la qualità dell’acqua, la fertilità del suolo. E perché il 2010, proclamato dall’Onu Anno Internazionale della Biodiversità non sia solo un anno di buone intenzioni, ma di impegni concreti, è necessario che le politiche territoriali siano mirate ed efficaci.
E gli esiti di questo progetto portato avanti dal Parco dimostrano che sono i
fatti, appunto, le
azioni concrete e non le parole, a contare davvero per la salvaguardia della biodiversità.
Azioni concrete con cui, come ha poi illustrato
Michele Zanelli, direttore del Parco, si sono voluti concretizzare puntuali interventi di
riequilibrio ecologico nel corridoio del fiume Taro, profondamente alterato negli ultimi decenni dalle intense attività estrattive, agricole ed industriali.
Le
foto storiche che ha presentato Zanelli parlano da sole: dal 1880 al 2008, la maggior concentrazione di insediamenti produttivi, la costruzione di autostrade, le cave hanno
ridotto fortemente la larghezza dell’alveo, ed il corso d’acqua ha abbandonato la sua conformazione originaria a canali intrecciati per trasformarsi in un
“monocanale”.
A fronte di questa situazione, le azioni realizzate nell’ambito del progetto hanno permesso di
riallargare il greto, di riaprirne
rami secondari, di permettere al fiume di riappropriarsi dei suoi spazi. Piccoli interventi riparatori, ma fondamentali per innescare importanti
processi di riqualificazione, come è stato già dimostrato da precedenti azioni messe in atto dal Parco a partire dalla sua istituzione: azioni che hanno permesso
un’inversione morfologica del corso d’acqua, che è riuscito così a guadagnare un po’ più di spazio rispetto agli anni ‘90. “
A dimostrazione che il Parco riesce davvero ad incidere sul territorio” ha sottolineato Zanelli.
Quindi,
Renato Carini, responsabile del settore Vigilanza del Parco, ha illustrato gli interventi realizzati a favore di
specie floristiche rare e della
fauna ittica. Con risultati di tutto rilievo: sono state messe a dimora, infatti, oltre
2000 essenze, tra
Myricaria germanica,
Tipha sp.p., Ontano nero, Pioppo bianco, e sono stati costruiti circa
60 metri lineari di rampa di risalita per i pesci.
A conclusione del convegno, sono stati presentati
due nuovi volumi che vanno ad arricchire la Collana naturalistica del parco:
uno sull’ittiofauna, l’altro
sulla flora dell’area protetta. Curati da
Elena Hamisia e
Francesco Maiorana della Società
Esperta s.r.l., i manuali sono stati scritti il primo da
Giuliano Gandolfi, il secondo da
Luigi Ghillani, che ne hanno illustrato nel dettaglio i contenuti.
Di facile consultazione, e adatti a tutti, i due volumi presentano ricche
illustrazioni e pratiche
schede di riconoscimento delle specie, che permettono anche a chi è alle prime armi, di addentrarsi con consapevolezza nel “patrimonio verde” del parco.